PUBLIC SPEAKING, parlare in pubblico (parte seconda)

Aggiornato il: 18 nov 2019

Caratteristiche per un ottimo public speaking


Articolo precedente: https://www.onevolution.net/post/public-speaking-parlare-in-pubblico-parte-prima

CAPACITÁ DI INGAGGIO

Dobbiamo pensare al nostro cervello come ad un organo che, per svolgere le sue funzioni, si serve di diversi tipi di neuroni. Questi sono utili ad elaborare pensieri, compiere movimenti, memorizzare dati e molte altre cose interessanti. Giacomo Rizzolatti e Vittorio Gallese nel 1992 scoprono l’esistenza di particolarissimi neuroni che si trovano nelle aree cerebrali deputate ai movimenti e che si attivano quando si compie un qualsiasi tipo di atto motorio. L'importanza della scoperta risiede nel fatto che la loro peculiarità è che si attivano non solo nella persona che compie quel determinato movimento ma anche in chi lo sta osservando come se si trattasse di un vero fenomeno di rispecchiamento. Osservando quello che fanno gli altri, dunque, abbiamo l’opportunità di capire le loro intenzioni, scoprire emozioni, provare empatia ma anche imparare.




"I neuroni specchio si trovano nelle aree motorie, e descrivono l’azione altrui nel cervello di chi guarda in termini motori. Fino a non molti anni fa, si riteneva che il sistema motorio producesse solo movimenti. Noi, partendo da un approccio etologico, senza convinzioni a priori sulla funzione delle aree motorie, abbiamo scoperto che molti neuroni del sistema motorio rispondono a stimoli visivi. Se vedo una persona che afferra una bottiglia, colgo subito il suo gesto perché è già neurologicamente programmata in me la maniera in cui afferrarla. Si verifica una comprensione istantanea dell’altro, senza bisogno di mettere in gioco processi cognitivi superiori. In seguito abbiamo visto che la stessa cosa capita per le emozioni. Per esempio il disgusto. Somministrando a una persona uno stimolo olfattivo sgradevole, come l’odore delle uova marce, si attivano determinate parti del cervello. Una di queste è l’insula, un’area corticale che interviene negli stati emozionali. La sorpresa è stata che, se osservo qualcuno disgustato, si attiva in me esattamente la stessa zona dell’insula. Questo ci consente di uscire da un concetto mentalistico e freddo, riportando tutto al corpo. Io ti capisco perché sei simile a me. Non deduco, ma sento. C’è un legame intimo, naturale e profondo tra gli esseri umani. Il processo non è logico ma intuitivo”. Giacomo Rizzolatti

Questi particolari neuroni sarebbero alla base dell’empatia, la capacità che hanno gli uomini di immedesimarsi nelle situazioni e solidarizzare con le gioie e i dolori degli altri. Questa dote sarebbe dunque possibile in quanto è il nostro stesso cervello ad essere in grado, tramite i neuroni specchio, di connettersi con quello degli altri. Sostanzialmente l’essere umano è in grado di capire e intuire anche quello che non sente in prima persona ma che sta provando qualcun altro vicino a lui, di contro però la razionalità e l’azione dei retaggi culturali possono anche bloccare questo processo. Ciò ci fa capire perché è più facile che la nostra empatia si sviluppi verso famigliari, amici, concittadini o verso chi condivide con noi religione, idee politiche, passioni ecc. mentre tende a essere meno spiccata verso chi consideriamo per qualsiasi ragione “diverso” (https://www.greenme.it/vivere/mente-emozioni/neuroni-specchio/).




Risulta quindi davvero importante, per un relatore evoluto, coltivare e sviluppare la capacità di creare somiglianze e schemi di identificazione con il proprio pubblico. Lo sviluppo empatico si rende necessario sin dai primi istanti in cui ci troviamo di fronte all'audience. Tecnicamente, in programmazione neuro linguistica, questa fase determinante viene denominata rapport. Il rapport è una relazione tra due o più persone caratterizzata da sensazioni di armonia, sintonia e affinità. Quando due persone sono in rapport la comunicazione sembra fluire in modo naturale, i loro corpi, così come le loro parole entrano in sintonia e sembrano seguire la stessa musica. Il rapport o l’empatia sono essenziali per stabilire un’atmosfera di fiducia e partecipazione all’interno della quale le persone possano sentirsi libere di essere se stesse.


L’empatia è vedere con gli occhi di un altro,ascoltare con le orecchie di un altro e sentire con il cuore di un altro. A.Adler

In uno studio pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology, Chartrand e Bargh gli effetti dell'imitazione da ricalco sono ampiamente stati classificati come favorevoli alla relazione. In un altro studio della Boston University Medical School si è osservato che quando due persone sono in sintonia tra di loro tendono ad assumere caratteristiche simili. Essere disposti a capire e comprendere le altre persone, a fare quel piccolo “sforzo” aggiuntivo per avvicinarsi agli altri, al loro mondo e parlare la loro stessa lingua ci aiuta a migliorare la qualità delle nostre relazioni e a guidarci verso la gratificazione che possiamo da esse ricevere.


Vittorio Gallese, Paolo Migone, Morris N. Eagle, in "PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE" 3/2006, pp. , DOI:




VOCALITÁ DEL RELATORE

La nostra voce è un'espressione fisica, quindi è una componente del nostro linguaggio del corpo. Precisamente rientra in quella sfera di appartenenza denominata para-verbale. La voce è lo strumento di comunicazione più flessibile che possediamo. Semplicemente alterando il nostro volume, tono e ritmo possiamo enfatizzare e chiarire i punti chiave e i passaggi importanti di un dscorso aiutando il nostro pubblico a mantenere l'attenzione. L'espressività vocale è di fatto una comunicazione all'interno della comunicazione.

Ecco cinque cose da tenere a mente riguardanti la nostra capacità vocale:

Volume

Parlare ad alta voce aggiunge energia ed eccitazione alla tua consegna, mentre parlare in modo soft aumenta l'intimità. Secondo una ricerca condotta dalla San Diego State e dalla Columbia Business School, gli ascoltatori in genere associano all'autorità voci che variano di volume (con una tendenza verso volumi più alti).

Ritmo

Parlare rapidamente può essere utile se stai cercando di aggiungere eccitazione a un punto specifico, ma facciamo attenzione a non correre per tutta la presentazione perchè rischieremo ben presto di stancare il pubblico. Una valutazione delle performance dei TED più popolari ha riportato che i relatori di maggior successo hanno una varietà vocale superiore del 30,5% rispetto a quelli meno popolari.

Pitch

Le persone tendono a parlare con un tono più alto quando sono nervose o eccitate e con un tono più basso quando si sentono più rilassate e controllate.

Tono

Sottolinea l'espressività propria della verbalizzazione collegata ad un preciso sentimento o sensazione che il nostro essere prova in quel momento. Garantisce credibilità. Secondo un recente studio , uomini e donne preferiscono le donne leader con voci maschili. Inoltre, gli uomini preferiscono anche i leader maschili con voci maschili. Perché voci più maschili sono attribuite a posizioni di comando, specialmente nelle donne? "Nel caso delle voci femminili, questo pregiudizio potrebbe essere una conseguenza del fatto che le voci femminili di tono più basso vengono percepite come più competenti, più forti e più affidabili" , affermano i ricercatori . Potrebbe anche essere un segno di maturità: con l'avanzare dell'età delle donne, la loro voce diminuisce naturalmente e i bassi nella loro voce sembrano garantire più esperienza e saggezza.

Silenzi

Non possiamo rimanere in silenzio per lunghi periodi di tempo, ma anche una breve pausa di due o tre secondi può essere incredibilmente efficace immediatamente prima o dopo aver espresso un punto chiave.



PRESENZA SCENICA

La presenza scenica può essere difficile da descrivere, ma facile da individuare: si riferisce ad un certo carisma e fascino che un relatore possiede e che attira il pubblico catturando la sua piena attenzione. Quando parliamo di public speaking dobbiamo tenere sempre presente che parlare in pubblico è l’insieme armonico di quanto diciamo, come lo diciamo e come lo mettiamo in scena. È l’insieme di linguaggio verbale, para verbale, non verbale. Quanto più i tre livelli sono armonici tra loro, più il messaggio arriverà (forte e chiaro) senza penalizzarti. Ed è proprio da questo insieme armonico che si genera presenza. La presenza è una condizione di estremo potere perché dice a chi abbiamo di fronte che può fidarsi di noi. Se tu sei autentica, anche il tuo pubblico si sentirà più a suo agio. Al contrario, più cerchiamo di controllare o forzare il nostro corpo o la nostra voce più risultiamo finti e costruiti. Se il tuo corpo contraddice quello che stai dicendo, il tuo pubblico darà sempre credito a quello che racconti con il corpo (ah, il linguaggio non verbale!). Di certo non è tutto; un relatore potrà essere considerato di talento nel suo ambito di competenza anche senza un'eccezionale presenza scenica, tuttavia anche tutta la presenza scenica nel mondo non aiuterà un relatore senza talento o indisciplinato ad avere successo. Se combinata con abilità, esperienza e duro lavoro, la presenza sul palco può creare una combinazione che trasforma i buoni speaker in "star".

Ecco alcune strategie per migliorare la propria stage presence:

Rilassarsi

Essere rigidi e robotici rende la nostra recitazione innaturale e forzata, rendendo più difficile per il pubblico trovare credibile la nostra esibizione. Più il nostro movimento, le nostre espressioni e il nostro parlato sono naturali e non calcolati, più è probabile che il pubblico si senta affascinato dalla nostra esibizione.

Pratica

Quanto più ci sentiamo a nostro agio sul palco, tanto più saremo in grado di entrare veramente nella verità di quello che stiamo raccontando, aiutandoci a dare una performance migliore e più convincente. Questo livello di comfort può venire solo con la totale fiducia nella capacità di conoscere il proprio ruolo dentro e fuori. Per raggiungere questo livello, ovviamente, si richiede quanta più pratica possibile.

Studiare

Per perfezionare la nostra presenza scenica è necessario studiare le modalità espressive di coloro che sono ritenuti bravi. Osserviamo relatori che catturano la nostra attenzione e studiamo come si comportano. É molto utile seguire dei corsi di public speaking ma anche di teatro e recitazione. Se possibile è utilissimo trovare un mentore affermato con cui lavorare a stretto contatto, questo ci aiuterà a sviluppare le abilità di cui necessitiamo per osmosi diretta e osservazione sul campo.



DEFOCALIZZAZIONE EMOTIVA

Elemento fondamentale dell’intelligenza emotiva è la consapevolezza di Sé, ovvero la capacità di riconoscere e monitorare i propri sentimenti nel momento stesso in cui si presentano. John D. Mayer, psicologo americano che ha contribuito alla definizione del concetto di intelligenza emotiva, ritiene che esistano tre livelli distinti di autoconsapevolezza nei quali ognuno di noi si può riconoscere:


1. L’autoconsapevole – È colui che riesce a percepire le sue emozioni, le elabora e le gestisce al meglio, ricavandone sicurezza e fiducia in prospettiva futura.


2. Il sopraffatto – È parzialmente ignaro delle sue emozioni, e questa sua mancanza di consapevolezza lo rende schiavo dei suoi stati d’animo.


3. Il rassegnato – È consapevole delle sue emozioni, le accetta, e non mostra alcun interesse nella possibilità di gestirle in maniera più efficace.



“L’autoconsapevolezza – in altre parole la capacità di riconoscere un sentimento nel momento in cui esso si presenta – è la chiave di volta dell’intelligenza emotiva.” (Daniel Goleman)

Per migliorare il livello di autoconsapevolezza, è importante sviluppare la capacità di osservare i pensieri per quello che sono: solo pensieri. Aaron T. Beck, uno dei padri fondatori del cognitivismo, ha decritto con grande efficacia la struttura che governa i pensieri della nostra mente, paragonandola a quella di un albero:


1. I pensieri automatici (le foglie) – I pensieri automatici sono piccoli giudizi e considerazioni su di noi e sugli altri, fatti spesso in maniera inconsapevole. Influenzano direttamente le nostre emozioni, e nella loro forma depotenziante si presentano come domande o affermazioni del tipo:

– “Perché capitano tutti a me i pubblici antipatici?”

– “Perché non riesco a essere bravo con il pubblico?”

– “Non sono capace!”

– “È troppo difficile!”

Per creare maggiore consapevolezza di questo dialogo interno è necessario farsi alcune domande: “Perché sto pensando questo?”


2. Le credenze (il tronco) – Le credenze sono un livello di pensiero intermedio organizzato in tre categorie:


– Le regole sono l’insieme delle credenze attraverso le quali giudichiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato: “Devo dimostrare di essere sempre all’altezza della situazione!”


– Le opinioni rappresentano l’idea che abbiamo di noi stessi, degli altri, e più in generale del mondo che ci circonda: “È estremamente umiliante fallire.”


– Le assunzioni sono delle credenze strutturate nella forma: “Se mi comporto in questo modo, allora succederà questa cosa…”, “Se mi comporto in questo modo, allora gli altri si comporteranno in quest’altro modo…”, “Se succede questa cosa, allora mi devo comportare in questo modo…” Quando le credenze sono particolarmente radicate e immodificabili si parla di convinzioni.


3. Gli schemi (le radici) – Gli schemi sono un livello di pensiero profondo, di cui spesso siamo inconsapevoli, e rappresentano delle verità assolute attraverso le quali interpretiamo:

– noi stessi (schema di sé);

– gli altri (schema dell’altro);

– la relazione fra noi e gli altri (schema interpersonale).

Nel momento in cui ci immedesimiamo con i nostri pensieri, stiamo delegando a questi meccanismi così delicati e complessi il potere di condizionare le nostre emozioni e i nostri comportamenti. Noi siamo molto più dei nostri pensieri, e possiamo imparare a osservarli con maggiore distacco attraverso una tecnica di accettazione chiamata defusione cognitiva che, attraverso un esercizio costante, ha anche il vantaggio di renderci più consapevoli dei nostri pensieri automatici.

(https://sviluppo-personale.com/autoconsapevolezza/)



CALL TO ACTION E RIVELAZIONE FINALE

Diventa importante, al termine della propria relazione, chiudere con una chiamata all'azione che deve necessariamente essere in linea con i presupposti pianificati nello svolgimento del nostro intervento in pubblico. In questa ultima fase riveliamo quello che vorremmo che la nostra audience facesse ispirata dalla nostra performance. Per impostarla correttamente dobbiamo aver ben chiaro che cosa vogliamo, perchè abbiamo accettato di fare quel determinato public speaking, che cosa volevamo trasmettere. Con la call to action l'impianto narrativo degli intenti, espletato nella forma della relazione in pubblico, si manifesta rendendo reale l'asse narrativo appena concluso.


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Michele Micheletti

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