PUBLIC SPEAKING, parlare in pubblico (parte prima)

Aggiornato il: 3 nov 2019

Caratteristiche per un ottimo public speaking


Il public speaking è un atto comunicativo con caratteristiche performative proprie che basa la sua efficacia sulla capacità di costruzione e interpretazione narrativa e sul coinvolgimento emotivo dell'audience. Questa è la nostra definizione di questa arte cognitiva utilizzata in moltissime situazioni diverse, dal business all'intrattenimento, con scarsissima preparazione specifica e grande abuso di retorica autoriferita a discapito di coloro che ci ascoltano che si sentiranno abusati nel loro impegno di attenzione, tempo e denaro. Troviamo centinaia di articoli su questa tematica ma quasi tutti offrono regole da seguire e nessun accenno a come in realtà l'essere umano debba essere per poter avere una buona comunicazione. Abbiamo parlato di questi aspetti in molte pubblicazioni, in questo articolo vediamo gli aspetti cognitivi più importanti per poter disporre un ottimo public speaking di successo.

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https://www.onevolution.net/post/comunicazione-evolutiva-part-2

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Esistono relatori stimolanti, informati, emozionanti, emozionati, impauriti, titubanti, incerti, impreparati, noiosi, arrabbiati, assonnati e molto altro ancora, ma le caratteristiche di un relatore di successo possono essere riassunte in una sola parola: FELICE. Un uomo felice è orientato agli altri e in questo si racchiude il suo stesso senso. La platea che risponde e si appassiona a quello che viene espresso dal relatore è una platea che ha compreso che il relatore si è interessato ad essa. Gli ingredienti di una relazione efficace quando si parla in pubblico possono essere riassunti come segue:

- contenuti di qualità

- storytelling efficace

- capacità di ingaggio

- vocalità del relatore

- presenza scenica del relatore

- defocalizzazione emotiva

- coinvolgimento emotivo

- call to action e rivelazione delle finalità

Vediamo adesso tutti questi punti analizzati sinteticamente uno per uno in modo da avere ben chiaro quello che dovrebbe costituire l'asse portante della nostra preparazione da public speaker.

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CONTENUTI DI QUALITÁ

Il contenuto di buon intervento in pubblico riveste una parte molto importante della nostra struttura organizzativa. Se non si ha qualcosa di interessante da dire è sempre meglio non dire niente. Quando invece disponiamo di un'argomentazione forte sulla quale possiamo vantare un discreto margine di preparazione allora possiamo pensare di mettere in atto una strategia comunicativa in pubblico. Prima di tutto vengono gli argomenti e la preparazione individuale su di essi. Questa fase identifica l'autorevolezza necessaria affinchè il pubblico possa mettersi nella disponibilità necessaria per ricevere le informazioni da un relatore disattivando la modalità di verifica. Siamo sommersi da quantità di comunicazioni continue bombardanti da ogni parte, il cervello protegge se stesso dai sovraccarichi di messaggi disponendo filtri specifici che possano metterlo al sicuro da un'eccessivo sforzo di processo delle informazioni sensoriali che arrivano dall'ambiente circostante. Questa pigrizia del nostro sistema celebrale ci consente di non finire continuamente in carichi cognitivi troppo stressanti per l'intero apparata neurologico ma, selezionando molto le argomentazionei e i contenuti, finisce per non farci stare attenti a quella presentazione dove magari siamo proprio noi i relatori. Quindi, la prima fonte di stimolo per le qualità attentive del nostro sistema cognitivo, riguarda gli argomenti trattati.

L'attenzione riguarda sia il pubblico sia il relatore ed è un momento cruciale nel buon esito di una relazione: il semplice compito di distinguere e indicare una scatola rossa o verde coinvolge 50 diversi processi neurali, immaginiamo quanta fatica comporti, per chi parla e per chi ascolta, rimanere coinvolto in un flusso di spiegazione di un'ora, due ore o un'intera giornata. Il fatto di prestare attenzione implica la necessità di selezionare solo una porzione degli innumerevoli stimoli che possiamo percepire con i nostri sensi, guardando, toccando, ascoltando, annusando o assaggiando. A questi si aggiungono gli stimoli interni: i messaggi che ci invia il nostro corpo, o l’idea che la nostra mente sta formulando. Dunque, c’è una quantità finita di cose a cui possiamo prestare attenzione nello stesso momento ma il nostro potente cervello ha una capacità di elaborare informazioni limitata, in termini sia di numerosità, sia di durata.

“Essere focalizzati vuol dire lasciar perdere alcune cose per potersi dedicare efficacemente ad altre”. William James. Princìpi di psicologia (1890)

Disporre di un buon argomento che ci vede preparati e competenti consente a noi, in prima battuta, di superare le derive d'ansia legate alla paura di esposizione al pubblico, sia a quest'ultimo di individuarci come attendibili. Quando siamo attendibili siamo ascoltabili, l'attenzione del pubblico si focalizza. Se siamo prerati, attendibili e con un argomento interessante il gioco è già quasi fatto.

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STORYTELLING EFFICACE

Ci sono due modi in cui si esprime la nostra attenzione. Possiamo dirigerla intenzionalmente verso qualcosa (per esempio il film che stiamo guardando, il lavoro che stiamo facendo): è l’attenzione esplicita, o goal driven (orientata al compito). Ma c’è anche un’attenzione implicita, che vigila su tutto quanto ci sta attorno ed è sempre pronta a percepire nuovi stimoli (stimulus driven): anche se siamo catturati dal film, ci accorgiamo del vicino di poltrona che comincia a mangiare patatine. Anche se siamo concentrati su un lavoro, percepiamo il suono del telefono. Possiamo immaginare che l’attenzione agli stimoli esterni e l’attenzione al compito siano poste ai due estremi di un continuum. L’esperienza ci aiuta a stare focalizzati, ma saremo comunque esposti a una distrazione. Per inciso: la classica distrazione delle persone geniali e creative non significa che non stanno attente a niente, ma che sanno stare attentissime a quanto stanno pensando, e a nient’altro. In realtà, dunque, sono superfocalizzate. Dobbiamo comunque notare che tutti gli stimoli sono in competizione tra loro per guadagnarsi la nostra attenzione. A vincere sono, di volta in volta, gli stimoli più intensi, a livello percettivo o emotivo. O gli stimoli più inattesi (un rumore improvviso nella notte ci mette in stato di massima allerta).



Per indicare il livello di attenzione si usa un termine inglese, arousal, che in italiano potremmo tradurre con “eccitazione” o “attivazione”. L’arousal riguarda il grado di attività del nostro sistema nervoso, ma è connesso anche con svariate modificazioni fisiologiche (per esempio, la pressione del sangue). Possiamo pensare che anche i livelli di arousal siano disposti in un continuum che va da un minimo (il sonno) a un massimo ed esasperato livello di vigilanza. La cosa da ricordare è che le prestazioni migliori si ottengono quando l’arousal non è troppo basso (si sta dormendo in piedi) o troppo alto (si è così tesi e in allarme da non riuscire più a organizzare il pensiero e il comportamento). Torpore e panico pregiudicano l’attenzione. In sostanza, se parliamo di attenzione dobbiamo tener presenti quattro possibili dimensioni, o chiavi di lettura. La prima riguarda l’intensità: il livello dell’arousal (dal sonno al panico, con una consigliabile propensione a stare lontani dai due estremi). La seconda riguarda la direzione: il prestare maggiore attenzione agli stimoli interni (pensieri, sensazioni corporee) o a quelli esterni. La terza riguarda l’intenzione: l’essere volontariamente focalizzati o il lasciarsi catturare da uno stimolo. La quarta riguarda l’estensione: la maggiore o minore ampiezza del campo che stiamo considerando.


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Un modo molto efficace per prendere l'attenzione focalizzata del pubblico riguarda le capacità di gestione degli archetipi narrativi: lo storytelling. La storia raccontata è già insegnamento, lo è nella sua struttura archetipica, appunto. Cappuccetto Rosso ci insegna che non dobbiamo parlare o fidarci degli sconosciuti, Cenerentola che dobbiamo inseguire i nostri desideri per essere felici, Aladdin che è più importante la ricchezza interiore di quella materiale e Pinocchio che non dobbiamo dire le bugie. Per non parlare dei miti, delle leggende e delle religioni, perché nonostante tutto anche la Bibbia e il Corano sono soltanto una raccolta di storie, storie che ci devono ispirare e guidare nella vita e alle quali ci viene chiesto di credere ciecamente. Alla fine di tutto, quindi, ogni storia che ci viene raccontata e che raccontiamo è programmata per scatenare una determinata reazione nell’ascoltatore.


Quando le storie erano orali, la narrazione includeva sia il narratore che l’ascoltatore. Era il narratore in persona che creava l’esperienza di ascolto mentre gli altri recepivano il messaggio ed elaboravano delle immagini proprie basandosi sulle parole ascoltate e sui gesti del narratore. Con l’avvento della scrittura questo legame si spezzò; il racconto veniva prima elaborato e solo successivamente letto e quindi appreso. Rimane comunque il potere persuasivo evidente che ha una storia nel confezionamento del messaggio da trasmettere. Bruner arriva a evidenziare che la nostra personalità sia solo un prodotto metastorico delle narrazioni che abbiamo incontrato e che abbiamo reso nostre; nelle scienze politiche Fischer e Salmon pongono il tema della narrazione come elemento fondamentale del dibattito politico grazie al suo alto potere persuasivo ormai evidente; nelle scienze economiche in cui si apre l’era delle economie dell’esperienza, del desiderio e dei life styles, a causa dell’ingresso nel mercato di elementi simbolici e irrazionali, le quali suscitano diversi dibattiti e studi sulle componenti immaginarie e funzionali-narrative nei prodotti come fossero parti integranti dei processi produttivi. Ai giorni nostri acquistare un prodotto di un determinato brand significa acquistare sempre una storia, un mondo in cui immedesimarsi nella società contemporanea e raccontarsi con una forza persuasiva maggiore alle altre persone che sono ormai abituate ai codici della comunicazione pubblicitaria e massmediologica permanente.


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Lo storytelling è in grado di sincronizzare il cervello di chi ascolta e chi racconta. Ascoltare o vedere una storia attiva nel cervello gli stessi neuroni attivi in chi racconta la storia. Questo fenomeno è noto come “neural coupling” (“accoppiamento neurale”): a giustificare questa attivazione sarebbe il sistema dei neuroni specchio, quei neuroni che si attivano sia quando svolgiamo un’azione sia quando guardiamo un’altra persona svolgere la stessa. Le storie ben raccontate sono in grado di coinvolgere il pubblico attraverso il processo che gli psicologici definiscono di “trasporto narrativo”, un vero e proprio stato di trance da ascolto nel quale il nostro sistema cognitivo finisce quando ascoltiamo una storia raccontata. La letteratura ha ampiamente dimostrato come le forti emozioni condivise siano in grado di creare empatia con chi ci è vicino (ad esempio chi ci racconta la storia). Lo storytelling aumenta la memorizzazione di contenuti. La letteratura in merito ha mostrato come le persone processino meglio le informazioni se presentate in forma di storia. Quando siamo coinvolti da storie particolarmente trascinanti il cervello rilascia ossitocina, nota come “l’ormone dell’amore”. Questa sostanza è in grado di aumentare compassione, generosità, affidabilità e sensibilità nei confronti di stimoli sociali. Paul Zak ha dimostrato che le persone sono molto più favorevoli a fare beneficienza per una buona causa dopo aver visto una storia ad alto contenuto emotivo.



COINVOLGIMENTO EMOTIVO

“Tutti sanno che cos’è un’emozione, fino a che non si chiede loro di definirla. In questo caso sembra che nessuno lo sappia” (Fehr e Russell,1984, p. 464)

Le emozioni sono risposte complesse ad eventi particolarmente rilevanti per la persona, caratterizzate da determinati vissuti soggettivi e da un’articolata reazione biologica. Lo stato emozionale dovrebbe corrispondere a particolari caratteristiche descrittive:

- alta intensità,

- temporalmente circoscritta

- breve durata.

Cosa diversa sono invece gli stati d'animo, questi definiscono di fatto il nostro percorso umorale e hanno caratteristiche descrittive molto diverse dalle emozioni perchè originano da eventi meno specifici, circoscritti e chiaramente identificabili:

- bassa intensità

- lunga durata

- decorso temporale meno definito


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Secondo Davidson (2001) le emozioni influenzano principalmente le azioni delle persone, mentre gli stati d’animo influenzano maggiormente i processi attentivi e valutativi.

A differenza degli stati d’animo i sentimenti sono focalizzati e sono rivolti in maniera relativamente stabile verso uno specifico oggetto o una classe di oggetti (si provano sentimenti verso qualcuno o qualcosa). Stati d’animo e sentimenti possono, in determinate circostanze, “predisporre” a determinate emozioni. Le ricerche hanno riscontrato una organizzazione gerarchica che include un livello di base composto da cinque emozioni: rabbia, paura, gioia, amore e tristezza. I circuiti neurali specifici per le varie emozioni si sono sviluppati come adattamento evolutivo alle circostanze ambientali che la specie umana ha dovuto affrontare frequentemente nel corso della sua evoluzione. Ne deriva che le emozioni hanno un carattere di universalità. I quattro circuiti cerebrali o “sistemi di comando delle emozioni”:

1) sistema dell’aspettativa (nell’ipotalamo laterale), viene attivato da situazioni di rottura dell’equilibrio omeostatico del corpo a causa di presenza o assenza di incentivi ambientali. La sua funzione è quella di attivare risposte finalizzate a reperire oggetti adeguati a soddisfare i bisogni dell’organismo e quindi a ripristinare l’omeostasi. Le emozioni associate a questo sistema, come la gioia e la speranza, sono tutte positive dal momento che l’aspettativa, nell’ipotesi di Panksepp, è sempre di qualcosa di buono e vantaggioso per l’organismo.

2) sistema della rabbia (nell’ipotalamo ventro-laterale e ventro-mediale), genera comportamenti di attacco ed aggressione fisica e verbale, associati ad emozioni negative etichettabili come rabbia e collera.

3) sistema della paura (nell’ipotalamo anteroventrale), la cui attivazione dà luogo a emozioni di paura e ansia, media i comportamenti di fuga di fronte a stimoli pericolosi

4) sistema del panico (in alcune aree nell’ipotalamo dorso-mediale e nell’amigdala), che viene nettamente distinto dalla paura e che corrisponde più precisamente alla tristezza e al dolore scatenate da situazioni di separazione e di isolamento sociale.



Il relatore deve essere preparato ma non solo a livello dei contenuti. Egli necessita di essere preparato su sé stesso, sulla sua qualità intrinseca di essere umano. Se prescindiamo da questa situazione non vi è possibilità alcuna di vero successo etico. Possiamo usare tutte le regole della comunicazione che vogliamo ma se il nostro profondo, ciò che siamo realmente al di fuori delle maschere sociali, non è stato preparato adeguatamente alla risposta emozionale, la presenza del pubblico, moltitudine di coscienze, agirà direttamente sui nostri stati di paura irrisolti creandoci ansie e frustrazioni che risulteranno estremamente evidenti ai nostri osservatori. Per coinvolgere emotivamente il nostro pubblico dobbiamo essere risolti emotivamente al nostro interno.


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Segue in altro articolo: https://www.onevolution.net/post/public-speaking-parlare-in-pubblico-parte-seconda



Michele Micheletti


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