LA RICERCA DELLA FACILITÁ

Aggiornato il: feb 28

La facilità non genera felicità, mai. Massimo Gramellini

Molti anni fa uno dei miei primi "maestri" e formatori, che ancora oggi ringrazio in modo assoluto, nella difficile arte della vendita, mi disse una cosa allora non immediata da comprendere. Quando iniziamo un nuovo lavoro siamo dei principianti e mettiamo una grande dose di impegno per riuscire in quello che stiamo facendo, impieghiamo una grande quantità di energia per imparare, dimostrare e fare. Dopo un po' di tempo e di applicazione arriva la fase della raccolta di ciò che abbiamo seminato, cominciamo a beneficiare di alcuni successi portando avanti la nostra attività. Dopo questa fase subentra quella della grande professionalità, siamo appagati, conosciamo tutto del nostro lavoro e del nostro settore e siamo visti come riferimento e soluzione da molti colleghi e clienti. A questo punto è facilissimo entrare nella fase della routine. Si tratta di un momento molto pericoloso che, prima o poi, capita a tutti: perdiamo il senso profondo del nostro mestiere, la noia e la bassa novità nell'attività giornaliera prendono il sopravvento sulla necessità di applicazione della costanza e alla fine ci smarriamo. Quelli bravi, quelli bravi per davvero, riescono a passare indenni questo momento portandosi su un piano più alto della loro dinamica lavorativa che è quello della grande professionalità. Questo ultimo aspetto distingue i campioni, i grandi professionisti, da coloro che finiranno per cambiare attività asserendo che la precedente li rendeva infelici e che le loro vere qualità non erano espresse pienamente. Un grande insegnamento, la fortuna del talento sta nel trovare un bravo insegnante.


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Disponiamo di potenti energie relazionali che non sappiamo utilizzare perché nessuno ci ha mai spiegato come fare. Le tecniche di comunicazione risultano poco efficaci se non vengono depositate su di una solida base di carattere personale: per una comunicazione nuova serve, in definitiva, un essere umano nuovo.


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Cambiare rotta e scegliere qualcosa che interrompa il ciclo della difficoltà, così dispendiosa per il nostro apparato psico-fisico in termini di energia di utilizzo, a un certo punto della nostra carriera in virtù della ricerca di qualcosa che sia più corrispondente ai nostri "veri talenti" potrebbe essere, in realtà, una potente psico-trappola. Quando siamo in mezzo a momenti decisivi come questi dobbiamo sempre porci, a mente ferma e rilassata, una domanda che stimoli la nostra interiorità profonda. Mettendoci in ascolto di noi stessi, della nostra interiorità, dobbiamo chiederci:

"Che cosa sto facendo? Voglio davvero valorizzare i miei talenti o voglio solo fuggire dalle maggiori sfide che la mia vita mi sta presentando?"

Magari voglio uscire di scena, nel settore nel quale sto operando, in modo brillante e vincente conservando un'immagine vincente della mia opera e figura per dedicarmi ad altro dimostrando, prima a me stesso e poi al resto del mondo, che sono in grado di ottenere gli stessi risultati anche in altri settori. Oppure voglio sfruttare un'opportunità oggettivamente favorevole e degna di essere sviluppata perché coerente con le mie facoltà imprenditoriali e di cui possiamo auspicarne l'affermazione e quindi un buon sviluppo di business. Quale sia la motivazione di base sempre dobbiamo far valere la domanda che ci siamo posti: stiamo scappando o stiamo crescendo?

Non pregare per una vita facile, prega per avere la forza di sopportarne una difficile. Bruce Lee

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Voglio portare un aneddoto significativo. Suono la batteria da molti anni e, come molti altri come me, inspiegabilmente ho sempre saputo suonarla. Durante i primi anni di liceo, erano i primi anni ottanta, venni finalmente accontentato dai miei genitori i quali mi regalarono la mia prima batteria usata. Con grande fremito di passione mi sedetti per la prima volta dietro a uno strumento reale e, magia inaspettata, riuscivo a tenere il tempo dietro a una canzone in modo del tutto naturale e senza aver mai suonato prima la batteria in vita mia. Ne fui molto sorpreso e anche i miei genitori lo furono. Dopo alcuni mesi di pratica ero diventato accettabile, riuscivo a seguire bene il groove di una canzone, a creare dei passaggi accattivanti, utilizzare stop e movimenti per abbellire e rendere più dinamico il ritmo di una canzone. Conobbi altri batteristi che si erano avvicendati come me all'approccio dello strumento e fui convinto da qualcuno a prendere delle lezioni. Non mi andava tanto a genio la cosa, avevo già un paio di band con cui suonare, le cose andavano bene, avevo fatto ottimi miglioramenti suonando con altri strumentisti e mi sembrava che questo fosse sufficiente. Non lo era affatto. Mi accorsi subito che lo studio della batteria era diverso dal suonare la batteria durante le prove in una band o su di un palco con un pubblico. Questa seconda via aveva degli aspetti tribali, ritualistici, si sviluppava su di un piano istintuale che coinvolgeva questa mia innata capacità di espressione percussiva ma che assomigliava più a uno sfogo di energia profonda che al suonare armonico e strutturato al quale siamo abituati quando ascoltiamo dei professionisti.



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La vita non è facile per nessuno di noi. E allora? Noi dobbiamo perseverare e soprattutto avere confidenza in noi stessi. Dobbiamo credere che siamo dotati per qualcosa e che questa cosa deve essere raggiunta. Marie Curie

Capii che il professionista lo si riconosce subito perché ha in sé le doti naturali di una innata e assecondata predisposizione alla quale egli ha dato seguito, permettendole di arrivare dove la sola facoltà istintiva non potrebbe, con la disciplina che emerge da uno studio ponderato e razionale. Molti batteristi non diventano mai batteristi ma rimangono suonatori di tamburi perché ad essi è mancato questo passaggio cruciale: lo studio disciplinante che indirizza la sorgente energetica verso il suo fine. Quando ascolto uno di questi musicisti, formato nella struttura del proprio talento, vedo in lui una libera felicità di grado compiuto che è stata costruita sul superamento della difficoltà e mi tornano alle mente le parole di Ezra Pound: "La regola imposta a sé stessi è una forma superiore di libertà". Questo vale in tutti i settori e discipline dallo sport alle arti figurative. Diventiamo dei veri professionisti del nostro settore abbracciandone con forza le difficoltà applicandoci con tenacia nella loro travalicazione. Molto probabilmente sbagliamo la nostra focalizzazione, pensiamo che a renderci felici possa solo essere ciò che ci viene facile come natura, come originaria inclinazione. Non è così. In questo caso stiamo solo cercando di fuggire dalla fatica, di scappare dal confronto. Ho smesso di fare il batterista da tempo, ero rimasto troppo indietro, e mi sono impegnato per diventare un coach professionista con maggiore soddisfazione. Anche in questa attività una parte è talento e il resto è studio e applicazione. Come per qualsiasi altra situazione su questa terra. Fare ciò che ci rende felici è solo un inganno, il nostro pigro cervello, tarato sullo sviluppo degli automatismi cognitivi, nel tentativo di perseguire il facile ci porterebbe alla totale inattività o al perseguimento del principio del piacere in modo totalitario e degenerativo. L'epicureismo del talento è una scelta in grado di creare serie complicazioni, deve necessariamente essere ponderata.

Le cose non sono così semplici. Non lo sono mai state. Scegliere la strada più facile è solo un modo un poco più onorevole per fuggire.“ Giorgio Faletti, Fuori da un evidente destino

La felicità risiede sicuramente nella riduzione, nella sobrietà e nel minimale, nel togliere e non nell'aggiungere. Ma da un altro punto di vista la stessa felicità si prova quando il nostro impegno ci consente di superare le prove decisive ripetute del quotidiano. Nel momento in cui io voglio trasferire qualcosa di mio ad altri, per farlo ho bisogno di una capacità di agire, dettata da delle regole, con una preparazione e uno studio. Ruth Chang, professoressa di filosofia alla Rutgers University, sostiene che "Le decisioni difficili vanno considerate come un’opportunità, perché sono occasioni per portare in superficie le cose in cui crediamo e per dare spazio a noi stessi come alla persona che crede in certi valori piuttosto che in altri."



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Michele Micheletti è nato a Pisa nel 1969, è un coach professionista, formatore, consulente e docente nell’ambito della comunicazione efficace e del marketing da oltre venti anni. La sua provenienza dal settore della vendita e del marketing lo portano a definirsi uno “specialista della comunicazione”. Svolge attività di formazione in tutta Italia tenendo serate, conferenze e corsi sui temi della relazione interpersonale, dell’evoluzione personale e delle loro strette implicazioni.







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